Il New York Times si è chiesto se è il caso di regolamentare i motori di ricerca per attuare una “neutralità della ricerca”?

Google non ha tutte le risposte

Google non ha tutte le risposte

Gli argomenti degli editorialisti derivano dall’indagine delle agenzie antitrust europee che hanno messo sotto inchesta Google sulla spinta di concorrenti che lo accusano di mettere ai primi posti nelle ricerche i proprio servizi come Google Maps o YouTube.

L’accusa è vecchia: il motore di ricerca ha sempre risposto dichiarando che i miglioramenti dell’algoritmo vengono fatti per trovare le migliori risposte alle interrogazioni.

Il problema è che l’impatto di Google sul ciberspazio è notevole: se 2/3 delle ricerche vengono fatte su questo motore di ricerca si tratta o no di monopolio?

Le soluzioni a cui si è pensato prevedono che Google spieghi ad un certo livello di dettaglio i propri milgioramenti o renda noto il proprio algoritmo ad una commissione governativa.

L’idea non sembra essere brillante: il motore di ricerca effettua almeno una modifica al giorno: se dovessero essere approvate dalla politica si bloccherebbe quasi l’innovazione.

Se l’algoritmo dovesse poi essere reso in qualche modo pubblico gli ottimizzatori di pagine (SEO) avrebbero modo di mettere in modo tutte le strategie possibili per scalare la classifica, rendendo di fatto inutile l’algoritmo

Più o meno le stesse critiche sono esposte da Merissa Mayer, vicepresidente ricerca di Google, che ricorda che ci siano diversi concorrenti della grande G e aggiunge un dato: il 25% delle ricerche effettuate in un giorno non sono mai state fatte prima.

Tutto ciò fa pensare insomma che una regolamentazione non sia opportuna in un settore che cambia così velocemente…

[Via: The New York Times, GooglePublicPolicy]