Il vituperato “decreto Romani” di recepimento della Direttiva europea sui Servizi Media Audiovisivi che tante polemiche ha suscitato alla sua presentazione è stato approvato dal Consiglio dei Ministri.

Il testo è stato migliorato, ma ci si aspettava qualcosa di più.

Stop alla libertà d'espressione?

Stop alla libertà d'espressione?

La modifica sostanziale prevede l’esclusione delle piattaforme che ospitano video generati dagli utenti e dei videoblog dall’applicazione della stringente normativa delle TV che comporta una comunicazione preventiva e un’autorizzazione alla trasmissione. Ma la formulazione della norma lascia adito a qualche dubbio interpretativo.

Innanzi tutto la norma definisce il “servizio media audiovisivo” descrivendo poi l’eccezione per: “i servizi prestati nell’esercizio di attività precipuamente non economiche e che non sono in concorrenza con la radiodiffusione televisiva” e “i servizi nei quali il contenuto audiovisivo è meramente incidentale e non ne costituisce la finalità principale”. Ma questo modo di legiferare non funziona: basta che un domnai nasca una nuova piattaforma che non saremo in grado di inserire in queste categorie e automaticamente ricadrà nel caso della TV in quanto tale.

Poi chi lo stabilisce se il videoblog esercita “attività precipuamente non economiche”? Se raccoglie pubblicità sul sito l’attività è definibile come economica o no?

Infine alcuni richiami alla disciplina in materia di commercio elettronico sulla non responsabilità degli intermediari della comunicazione, non sono stati importati nel nuovo testo.

Secondo Guido Scorza, presidente dell’Istituto per le politiche dell’innovazione: “la nuova versione del Decreto sembra migliore della precedente ma ancora lontana dalla sufficienza. Peccato, perché il timoniere del processo legislativo avrebbe potuto e, forse, dovuto far tesoro dell’intelligenza collettiva di Rete che, all’indomani della presentazione del vecchio testo del decreto, aveva evidenziato i numerosi ed importanti limiti dello schema di provvedimento.”

A questo punto non resta che confidare nel buon senso dell’AGCOM a cui il decreto affida un ruolo di “sceriffo della rete”, sia per quanto riguarda i diritti d’autore, sia per quanto riguarda la tutela dei minori: come se ci fosse bisogno di una “tata di stato” per evitare che i bambini incontrino immagini pornografiche in rete…

[Approfondimenti: Punto Informatico, Lo Spazio della Politica]